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Azioni: cosa significa possedere una parte di un'azienda

Pubblicato il di Daniele Panaro

Azioni: cosa significa possedere una parte di un'azienda

Quando si parla di “azioni” la prima immagine che salta in mente è di solito un grafico che balla, dei numeri rossi e verdi, qualcuno in TV che dice “il titolo è salito del 3%”. È una rappresentazione comoda ma distorta: le azioni non sono linee che salgono e scendono, sono frazioni di aziende reali.

Capire questa differenza non è retorica: cambia il modo in cui scegli, valuti, e — soprattutto — in cui reagisci ai movimenti di breve termine. Chi pensa “ho comprato un grafico” si comporta diversamente da chi pensa “ho comprato un pezzo di un’azienda che produce, vende, paga stipendi, fa utili e me ne distribuisce una parte”. Il secondo investitore, statisticamente, va molto meglio.

In questo articolo vediamo cosa stai comprando concretamente, come ti remunera un’azione, dove si compra, perché il prezzo si muove anche quando l’azienda non cambia, e perché — anche con tutta questa comprensione — possedere una sola azione è quasi sempre una pessima idea.

Cosa stai comprando esattamente

Un’azione è una quota di proprietà di un’azienda. Se l’azienda ha emesso un milione di azioni e tu ne possiedi una, possiedi formalmente un milionesimo dell’azienda: un milionesimo di tutto quello che l’azienda possiede (immobili, brevetti, marchi, contanti in cassa, crediti verso clienti) e un milionesimo del diritto su ciò che produrrà in futuro (utili, dividendi, eventuale prezzo di vendita se l’azienda viene comprata da un’altra).

Questa proprietà è reale dal punto di vista legale, anche se la frazione è molto piccola. Se l’azienda raddoppia il suo valore di mercato, in linea di principio anche le tue quote raddoppiano. Se l’azienda fa utili e decide di distribuirne una parte agli azionisti, una piccolissima parte di quell’utile arriva sul tuo conto.

C’è una serie di diritti formali — il voto in assemblea, l’accesso ai documenti societari, l’opzione di partecipare ad aumenti di capitale — che teoricamente ti spettano, ma per il piccolo investitore retail sono in pratica irrilevanti: non sposterai mai un voto di assemblea con lo 0,000001% del capitale, e quasi nessuno si presenta. Quello che conta davvero, operativamente, sono i due diritti economici: la partecipazione agli utili (dividendi, quando l’azienda li distribuisce) e la partecipazione al valore (apprezzamento del prezzo dell’azione nel tempo).

Il prezzo di un’azione moltiplicato per il numero totale di azioni emesse dà la capitalizzazione di mercato dell’azienda — il valore complessivo che il mercato sta attribuendo alla società in quel momento. È il numero che leggi ovunque per “misurare” quanto è grande un’azienda quotata: una “mega-cap” da 2.000 miliardi e una “small-cap” da 200 milioni si distinguono esattamente così.

Come ti remunera un’azione

Il rendimento totale di un’azione si compone di due voci, ed è importante capirle separatamente perché si comportano in modo molto diverso.

Apprezzamento del prezzo (). Se compri un’azione a 50 € e dopo dieci anni vale 90 €, hai un guadagno latente di 40 € pre-tasse. È latente perché esiste solo sulla carta finché non vendi: in qualsiasi momento il prezzo può tornare a 70 €, a 50 €, a 20 €. Il capital gain dipende da come il mercato valuta l’azienda, che è legato — ma non in modo immediato — a quanto l’azienda effettivamente produce e cresce.

Dividendi. Sono distribuzioni di denaro che alcune aziende fanno periodicamente (in Europa di solito una o due volte l’anno, negli USA spesso ogni tre mesi). L’azienda decide quanto distribuire, di solito proporzionalmente agli utili. Una “” del 3% significa che, sul prezzo attuale, riceverai il 3% all’anno in dividendi. Non tutte le aziende pagano dividendi: le società in fase di forte crescita preferiscono reinvestire ogni euro nel business; quelle mature con flussi di cassa stabili tendono a distribuirne una parte.

I dividendi sono diversi dal capital gain in un punto cruciale: sono denaro che arriva sul tuo conto, indipendente dal prezzo dell’azione del giorno dopo. Possono essere reinvestiti (comprando altre frazioni della stessa azione o di altre) oppure incassati. Reinvestire i dividendi, su orizzonti lunghi, è una delle leve più potenti dell’investimento azionario: secondo le analisi di S&P Dow Jones Indices, dal 1926 a oggi i dividendi hanno contribuito circa il 31% del rendimento totale dell’ , e Hartford Funds calcola che dal 1960 ben l’85% del rendimento cumulato dell’indice è attribuibile ai dividendi reinvestiti e all’effetto del loro composto nel tempo. Vale la pena conoscere un dettaglio meccanico che spesso confonde chi inizia: nel giorno dello “stacco del dividendo” (la data in cui il diritto al dividendo si separa dall’azione) il prezzo dell’azione scende all’apertura di un importo all’incirca pari al dividendo. È un movimento atteso e meccanico, non una reazione del mercato a una notizia: chi possedeva l’azione il giorno prima riceverà il dividendo (al netto della tassazione, in Italia il 26%. Sui dividendi di azioni estere si aggiunge anche una ritenuta alla fonte applicata dal paese dell’azienda — tipicamente 15% negli USA con il trattato Italia-USA correttamente applicato. Tratteremo nel dettaglio il tema della doppia imposizione nel capitolo 4 sulla tassazione). Chi la compra il giorno dello stacco non lo riceverà, e quindi è disposto a pagarla di meno esattamente di quel valore. Il prezzo non “recupera” automaticamente: tornerà ai livelli precedenti solo se e quando il mercato lo rivaluterà per altri motivi. Per te azionista il calo è reale anche in termini economici, perché il dividendo incassato è inferiore al calo del prezzo (a causa appunto delle tasse).

Dove si comprano le azioni

Per possedere fisicamente delle azioni servono due cose: un broker (un intermediario che esegue gli ordini al posto tuo) e l’accesso a una trading venue dove l’azione è negoziata. Il broker è chi tiene il tuo conto titoli e instrada gli ordini di acquisto e vendita; la trading venue (di solito una borsa, a volte un mercato organizzato di altro tipo) è dove gli ordini si incontrano. Un capitolo dedicato del percorso tratterà nel dettaglio cos’è un broker, quali tipologie esistono in Italia e come scegliere quella giusta — qui basti sapere che il broker è la “porta d’ingresso” verso i mercati.

Ogni azienda quotata ha una borsa primaria dove la sua azione è stata emessa e dove si forma il prezzo di riferimento (Apple su NASDAQ, Eni su Borsa Italiana, Volkswagen su Xetra a Francoforte, Toyota sul Tokyo Stock Exchange). Ma la stessa azione, in moltissimi casi, è anche ammessa al trading su altre piazze in altri paesi e altre valute. Questo semplifica molto la vita all’investitore retail europeo: NVIDIA, Apple, Microsoft — primarie negli USA in dollari — sono di fatto comprabili anche da Xetra o Tradegate (le due piazze di Deutsche Börse) in euro, senza dover passare dalle borse americane.

C’è un dettaglio importante da chiarire, perché spesso confonde: queste non sono ADR né strumenti derivati. Sono letteralmente le stesse azioni della borsa primaria, con lo stesso (l’identificatore internazionale del titolo). Una quota di Apple comprata su Tradegate ha esattamente lo stesso ISIN della quota comprata su NASDAQ — è la stessa azione di Apple Inc., registrata negli USA, custodita attraverso Clearstream. Le azioni sono “fungibili” fra le due piazze, e i market maker arbitrano in continuo fra Francoforte e New York per tenere i prezzi sostanzialmente allineati al cambio EUR/USD.

Una sottigliezza: l’ammissione al trading su queste piazze tedesche non è quasi mai una decisione dell’azienda emittente. Apple non si è “quotata” a Francoforte: sono stati i market maker e gli operatori tedeschi a chiedere l’ammissione al trading, perché c’è domanda retail. Su Xetra esiste un segmento “Foreign Shares” del Regulated Market dove queste richieste sono formalizzate; Tradegate, Gettex, L&S sono invece (Multilateral Trading Facility) dove l’ammissione è più snella — basta un market maker che si impegni a quotare bid e ask in continuo. Per il piccolo investitore il risultato pratico è ottimo: ampia disponibilità di titoli globali in euro su una piazza europea.

Per un investitore italiano, in pratica:

  • Le borse europee regolamentate (Borsa Italiana, Xetra, Euronext Parigi/Amsterdam, London Stock Exchange e altre) sono accessibili da quasi tutti i broker europei. Borsa Italiana ospita soprattutto aziende italiane e poche cross-listing rilevanti; Xetra, in particolare, ammette al trading la stragrande maggioranza delle aziende americane di rilievo e molte grandi asiatiche: già con un broker che dà accesso a Xetra puoi raggiungere gran parte dei titoli globali rilevanti, in euro.

  • Le MTF tedesche specializzate sul retail (Tradegate, Gettex, EIX, Lang & Schwarz) sono piazze elettroniche pensate per il flusso degli investitori privati, con orari più lunghi delle borse regolamentate e con il maggior numero di titoli in assoluto. Sono però accessibili solo da broker specifici: Tradegate su DEGIRO. Gettex e EIX su Scalable Capital, Lang & Schwarz su Trade Republic. Broker più tradizionali come Fineco, Directa o BG SAXO operano principalmente sulle borse regolamentate e non offrono accesso diretto a queste MTF.

  • Le borse americane (NYSE e NASDAQ) sono accessibili dalla maggior parte dei broker di buona fattura, e ospitano la quotazione primaria di gran parte delle big tech globali oltre a numerose ADR di aziende straniere.

  • Le borse asiatiche dirette (Tokyo, Shanghai, Hong Kong, Mumbai) restano accessibili solo da una minoranza di broker. Per le grandi aziende asiatiche, però, di solito non serve arrivare in diretta: la versione tedesca o americana copre quasi tutto.

Ci sono due trappole sottili da conoscere quando compri la quotazione secondaria di un’azione invece della borsa principale. La prima è la liquidità inferiore: il prezzo “vero” di NVIDIA si forma sul NASDAQ, dove ogni giorno passano miliardi di dollari di scambi; sulla quotazione di Xetra ne arriva un riflesso con volumi molto più bassi, e questo si traduce di solito in bid-ask più larghi (la differenza fra il prezzo a cui compri e quello a cui rivenderesti subito è maggiore). È un costo poco visibile ma reale, soprattutto su quantità non piccole. Oltre al “costo” dello spread, va inoltre ricordato che potrebbe non essere così facile vendere posizioni molto grande se c’è poca liquidità. Il consiglio è di controllare sempre sia lo spread che i volumi quando cercate una azienda su queste borse secondarie. La seconda è il rischio cambio: comprare NVIDIA in euro su Xetra non significa essere senza esposizione al dollaro. Il prezzo in euro replica meccanicamente il prezzo in dollari moltiplicato per il cambio EUR/USD, quindi il rischio di cambio è esattamente lo stesso che avresti comprandola in dollari su NASDAQ. L’unica differenza è che non paghi una commissione esplicita di conversione valuta al broker — il rischio di cambio resta interamente nella tua posizione, è solo “nascosto” dentro al prezzo.

Per società piccole o medie di paesi extra-UE che non hanno una doppia quotazione su una grande borsa europea o americana, la regola generale resta che dovrai accettare un broker più sofisticato (e più costoso) per raggiungerle sulla loro borsa di origine.

Cosa fa muovere il prezzo di un’azione

Il meccanismo elementare di formazione del prezzo è semplice. Ogni azione è scambiata su un mercato dove ci sono persone che vogliono comprarla a un certo prezzo (i compratori, “domanda”) e persone che vogliono venderla a un certo prezzo (i venditori, “offerta”). Quando a un dato livello di prezzo ci sono più compratori che venditori il prezzo sale; quando ci sono più venditori che compratori il prezzo scende. È un’asta continua, che si svolge ogni millisecondo durante l’orario di mercato e produce il “prezzo dell’azione” che vedi nei grafici.

Questo è il come. Il perché — cioè cosa fa cambiare le decisioni dei compratori e dei venditori nel tempo, spostando l’equilibrio fra domanda e offerta — sono i veri driver. Tre forze principali nel breve termine:

Sorprese sugli utili. Quando un’azienda pubblica i risultati trimestrali, il prezzo non reagisce al numero in sé ma alla differenza fra il numero e quello che gli analisti si aspettavano. Un’azienda che cresce del 15% ma era attesa al 18% può vedere il prezzo scendere bruscamente: chi ha posizioni si delude, vende, e l’eccesso di offerta abbassa il prezzo. Un’azienda in calo dell’8% attesa a -15% può vedere il prezzo salire per la dinamica opposta. È controintuitivo, ma è esattamente come funziona: il prezzo di oggi ha già “incorporato” le attese, e si muove sui delta.

Rivalutazione dei multipli. Anche senza notizie sulla singola azienda, il mercato può cambiare collettivamente quanto è disposto a pagare per ogni euro di utili. Se i tassi di interesse salgono, gli investitori richiedono rendimenti attesi più alti per giustificare le azioni rispetto alle obbligazioni, e quindi sono disposti a pagare meno per gli stessi utili futuri. Tutto il mercato azionario può scendere del 10-20% senza che nessuna singola azienda abbia fatto niente di sbagliato — semplicemente, l’equilibrio fra domanda e offerta si è spostato in modo sistemico.

Sentiment e flussi. Sul brevissimo termine entrano in gioco fattori che non hanno niente a che fare con i fondamentali dell’azienda: notizie geopolitiche, paura collettiva, posizionamento dei grandi fondi, persino post virali sui social. Sono rumore, ma rumore con effetti reali sui prezzi quotidiani perché muovono comunque domanda e offerta.

La conseguenza pratica per chi investe: il movimento del prezzo nel breve termine non ti dice niente di affidabile sull’azienda. Solo su orizzonti pluriennali il prezzo tende ad allinearsi ai fondamentali — è il famoso “macchina di voto a breve, macchina di pesatura a lungo” attribuito a Benjamin Graham.

Il rischio nascosto del singolo titolo

Qui arriva la parte controintuitiva. Le azioni come categoria, su orizzonti lunghi e in modo diversificato, hanno storicamente prodotto rendimenti reali nell’ordine del 5-7% annuo. Ma le singole azioni, prese una a una, sono molto più rischiose della categoria nel suo insieme. Molto, molto di più.

Il professor Hendrik Bessembinder della Arizona State University ha pubblicato nel 2018 (e aggiornato nel 2023 con dati globali) uno studio diventato un classico. Analizzando oltre 64.000 azioni globali fra il 1990 e il 2020, ha trovato due risultati che dovrebbero stare appesi alla scrivania di chiunque pensi di “scegliere il titolo vincente”:

  1. La maggior parte delle singole azioni ha sottoperformato i titoli di Stato a brevissimo termine sulla propria intera vita. Il 55,2% delle azioni statunitensi e il 57,4% delle non statunitensi, nello studio, hanno reso meno dei buoni del Tesoro USA a un mese. La metà delle azioni, in altre parole, è stata un investimento peggiore della liquidità praticamente priva di rischio. Per dare un’idea concreta di cosa significhi: nel periodo studiato i T-bill USA a un mese hanno reso in media circa il 2-3% all’anno nominale (con punte sopra il 5% a inizio anni ‘90 e periodi vicini a zero negli anni 2010); “sottoperformare” qui vuol dire fare meno di così — su orizzonti di decenni significa spesso che 1.000 € investiti sono diventati 1.000 € (nominali, prima dell’inflazione) o anche meno.

  2. La quasi totalità della ricchezza generata dal mercato azionario viene da una manciata di titoli. Il 2,4% delle aziende globali (1,4% al di fuori degli Stati Uniti) ha generato l’intero valore netto creato dal mercato azionario nei 30 anni studiati. Il restante 97,6% delle aziende, nel loro insieme, ha pareggiato i Treasury bills.

La conseguenza è enorme: se prendi una singola azione “a caso” da un universo di aziende quotate, hai più probabilità di perdere rispetto a un investimento privo di rischio che di guadagnare in modo significativo. Le aziende che generano la quasi totalità della ricchezza esistono, ma sono statisticamente rare e molto difficili da identificare in anticipo.

C’è un modo molto concreto di vedere quanto sia difficile riconoscere oggi i futuri vincitori: guardare quali aziende erano nel top 10 globale per capitalizzazione in ogni decennio e contare quante ci sono ancora oggi. Su orizzonti lunghi, la risposta è spesso “una manciata”; su orizzonti molto lunghi, è “praticamente nessuna”.

Top 10 nel tempo: chi è ancora in cima?

Le aziende più grandi del mondo non sono le stesse di vent'anni fa, né di trent'anni fa, né di quaranta. Sposta lo slider per vedere il top 10 di ogni decennio e quante di quelle aziende sono ancora oggi fra le prime dieci.

Snapshot anno1980S&P 500 (USA)
Sei delle dieci sono compagnie petrolifere. La crisi energetica degli anni '70 ha appena lasciato le energy ai massimi storici. I prezzi del petrolio inizieranno a scendere subito dopo.
  1. #1
    IBMTech
    $35 mld
  2. #2
    AT&TTelco
    Spezzata in 8 società dall'antitrust nel 1984
    $33 mld
  3. #3
    ExxonEnergia
    $33 mld
  4. #4
    Standard Oil IndianaEnergia
    Diventata Amoco, acquisita da BP nel 1998
    $24 mld
  5. #5
    SchlumbergerEnergia
    $22 mld
  6. #6
    Shell Oil USAEnergia
    $22 mld
  7. #7
    MobilEnergia
    Fusa con Exxon nel 1999
    $20 mld
  8. #8
    Standard Oil CaliforniaEnergia
    Diventata Chevron
    $20 mld
  9. #9
    Atlantic RichfieldEnergia
    Acquisita da BP nel 2000
    $19 mld
  10. #10
    General ElectricIndustriale
    $13 mld

Aziende del top 10 del 1980 ancora oggi nel top 10 globale

0 su 10

Nessuna delle dieci aziende che dominavano il mercato in questo anno è ancora tra le prime dieci oggi. Settori interi (energia tradizionale, industriali "vecchio stile", grandi conglomerate finanziarie) sono usciti dalla cima.

Capitalizzazioni di mercato in dollari USA, arrotondate per leggibilità. Fonti: rankings storici S&P Dow Jones / Compustat (1980, 1990), classifiche globali Financial Times e Visual Capitalist (2000, 2010, 2020), CompaniesMarketCap / FinanceCharts (maggio 2026). Snapshot di fine anno tranne il 2026 (maggio). Per gli anni 1980 e 1990 la classifica è ristretta all'S&P 500 per mancanza di rankings globali consolidati dell'epoca; nelle decadi successive il perimetro è globale. Le aziende rinominate (Google→Alphabet, Facebook→Meta) sono considerate "ancora top 10" se la nuova entità lo è; le aziende fuse/spezzate (Exxon, Mobil, AT&T) no, perché non sono lo stesso soggetto economico.

Singolo titolo vs paniere: anche indirettamente

La risposta razionale al problema descritto sopra non è “smetti di investire in singole azioni”. È più sottile: prima di comprare una specifica azione, rifletti attentamente sul perché vuoi proprio quella, se ha senso averla nella tua strategia rispetto a un ETF ampio sullo stesso mercato, e se il tuo portafoglio nel suo insieme sarà già abbastanza diversificato dopo questo acquisto. Spesso la risposta a queste tre domande, soprattutto per chi inizia, porta naturalmente verso il paniere ampio — non perché le singole azioni siano “vietate”, ma perché in molti casi non aggiungono nulla che un ETF non darebbe meglio.

L’idea sotto è semplice: se possiedi un milionesimo di un’azienda e quell’azienda fallisce, perdi tutto. Se possiedi un milionesimo di mille aziende, anche se cento di queste falliscono, le altre novecento continuano a lavorare per te. Storicamente, già con un portafoglio di 25-30 azioni di settori diversi gran parte del rischio specifico (legato alla singola azienda) viene ridotto. Con 500 o più aziende il rischio specifico è praticamente eliminato.

C’è un modo molto pratico di ottenere questa diversificazione senza dover comprare cinquecento azioni una per una: un ETF, ovvero un paniere di azioni gestito come un singolo strumento quotato in borsa. Quando compri una quota di un ETF azionario, in pratica diventi proprietario indiretto di tutte le azioni che il fondo possiede, in proporzione al loro peso nell’indice replicato. Il fatto che la proprietà sia “indiretta” non la rende meno reale: i dividendi che le aziende sottostanti pagano arrivano al fondo (e quindi a te, in proporzione), gli apprezzamenti dei prezzi si riflettono sul valore della quota dell’ETF, e ogni euro che hai investito nell’ETF è investito in azioni reali di aziende reali. Approfondiremo cosa sono e come funzionano gli ETF nel prossimo articolo del percorso, ma è importante avere subito chiaro che l’ETF non è un’alternativa alle azioni: è un modo diverso (e per la maggior parte degli investitori migliore) di possederle.

Errori comuni con le azioni singole

Quattro errori che ricorrono con frequenza imbarazzante, anche fra investitori esperti.

“Compro questa azienda perché uso i suoi prodotti e mi piace.” Apprezzare un brand è una cosa; valutare se il prezzo di un’azione a un certo momento riflette correttamente il valore futuro dell’azienda è un’altra, completamente diversa. Migliaia di clienti soddisfatti hanno comprato azioni di aziende eccellenti a prezzi sbagliati e hanno perso soldi nonostante l’azienda continuasse a fare bene.

“Ha già perso il 50%, non può scendere ancora.” Sì che può. Un’azione che è scesa del 50% può scendere ancora del 50% (il che significa che il calo totale dal massimo è del 75%) e ancora del 50% dopo (87,5% dal massimo). I fallimenti aziendali, nel mondo reale, accadono.

“Investo solo nel settore X perché è il futuro.” Magari il settore lo è davvero, ma non significa che le aziende di quel settore oggi quotate saranno quelle che ne raccoglieranno i benefici. Il settore IT del 1999, il settore biotech del 2015, il settore cannabis del 2018: tutti settori “del futuro” che hanno annichilito chi ci si è esposto in modo concentrato al picco di entusiasmo.

“Ho un’amica che lavora in quell’azienda.” Le persone interne raramente conoscono il prezzo “giusto” delle azioni della propria azienda meglio del mercato. E se davvero lo conoscessero, e operassero su quella conoscenza, sarebbe insider trading.

Domande frequenti

Quante azioni minimo bisogna avere per “essere proprietari” di un’azienda? Anche una sola, in teoria. Ma il termine “proprietà” qui è formale: con una sola quota su milioni di azioni emesse, il tuo peso decisionale e i dividendi che incassi sono trascurabili. Il punto delle azioni come strumento d’investimento non è esercitare la proprietà nel senso pieno, ma partecipare alla performance economica dell’azienda nel tempo.

Posso comprare azioni di qualsiasi azienda al mondo dal mio broker italiano? No, dipende dal broker e dalle borse a cui ha accesso. Un broker generalista italiano tipicamente copre Borsa Italiana, le principali borse europee e le borse statunitensi (NYSE e NASDAQ). Borse asiatiche, sudamericane o di mercati emergenti sono spesso non disponibili o accessibili solo con broker specializzati. Una via spesso percorribile è verificare se l’azienda ha una doppia quotazione (es. via ADR su New York) su una borsa accessibile dal tuo broker.

Conviene comprare azioni che pagano dividendi alti? Non automaticamente. Un dividend yield molto alto può segnalare un’azienda solida (raro) o un’azienda in difficoltà il cui prezzo è crollato e quindi rapporta meccanicamente un yield alto (più frequente). Le aziende con il dividendo “più alto” sono spesso quelle in declino strutturale. Approfondiremo il tema in un articolo dedicato del capitolo 6.

Cosa succede se l’azienda di cui possiedo azioni fallisce? In caso di fallimento gli azionisti sono gli ultimi a essere soddisfatti, dopo creditori, fornitori, dipendenti, obbligazionisti. Tipicamente, in un fallimento conclamato, gli azionisti perdono il 100% di quanto investito. Per questo le azioni sono uno strumento più rischioso delle obbligazioni della stessa azienda.

Come faccio a sapere se un’azione è “cara” o “a buon prezzo”? È la domanda da un milione di euro, e non c’è una risposta semplice. Esistono indicatori (il , il P/B, il yield, e altri) che danno indicazioni relative, ma nessuno è infallibile e tutti vanno contestualizzati. Tratteremo il tema nel capitolo 6 del percorso. Per il primo investimento la risposta operativa è: non provare a rispondere a questa domanda, compra il mercato (un ETF ampio), e investi nel tempo con un — vedi l’articolo sul tuo primo investimento.

Prossimi passi

Ora hai chiaro cosa rappresenta un’azione, da dove viene il suo rendimento, dove e come si compra, perché il prezzo si muove e perché il singolo titolo è un investimento molto più rischioso del “mercato azionario” come insieme. La domanda naturale a questo punto è: come faccio a possedere indirettamente un pezzo di tutto il mercato azionario, in modo semplice ed economico?

La risposta è il prossimo articolo del percorso: cos’è un ETF e perché ha cambiato il modo di investire.

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Quando compri un'azione, cosa stai acquistando in senso formale?

Storicamente, da dove proviene il rendimento totale di un investimento azionario di lungo termine?

Un'azienda pubblica i risultati trimestrali: utili in crescita del 12% rispetto all'anno scorso, ma gli analisti si aspettavano +18%. Il prezzo dell'azione scende del 7%. Qual è la spiegazione corretta?

La ricerca di Hendrik Bessembinder (2018, aggiornata 2023) sui rendimenti delle singole azioni ha trovato che:

Quale di questi è un classico errore del primo investitore in singole azioni?